Dicono che fare politica non deve essere un lavoro.
E infatti non lo è: chi lavora paga le tasse.
Invece, tra i 476 diversi tipi di sgravi fiscali
previsti dalle nostre leggi, c’è un comma che
prevede: “Non concorrono a formare reddito le somme
erogate ai titolari di cariche elettive nonché
coloro che esercitano le funzioni di cui agli
articoli 114 e 135 della Costituzione a titolo di
rimborso spese”. Tradotto: niente tasse sulle
indennità di 145mila parlamentari, consiglieri di
regioni, comuni, province, consigli
circoscrizionali. E non è mica l’ultimo sgravio alla
politica. Ce ne sono a mucchi, inclusa l’esenzione
Ires “per reddito derivante dall’esercizio di
attività commerciali svolte in occasione di
manifestazioni propagandistiche da partiti
politici”. Come dire che i nostri legislatori hanno
trovato il tempo di approvare pure la detassazione
delle salsicce grigliate alle feste di partito. La
verità è che questi regali ai partiti potrebbero
anche essere comprensibili se fossero un premio a
un’attività culturale e politica che si deve
sostentare con la sola forza delle donazioni
volontarie di singoli cittadini e di lobby, come
dovrebbe essere dopo un referendum: quello del 1993
vide il 90% dei votanti favorevole a chiudere il
rubinetto dei soldi pubblici dati ai partiti. Ma
questi, incuranti della “sovranità popolare”
prevista dalla Costituzione, riaprirono il rubinetto
già dalla fine dello stesso anno, con una legge “sui
rimborsi elettorali ai partiti”, che già nella sua
prima applicazione distribuì agli stessi
l’equivalente di 47 milioni di euro. Da allora il
rubinetto si è trasformato in cascata: di soldi e di
privilegi, aumentati di continuo, senza curarsi se
si trattava di un periodo di crisi o di uno
favorevole. Tra il 1999 e il 2008, i finanziamenti
ai partiti sono cresciuti del 1.110 per cento: più
che un lavoro, l’unica attività imprenditoriale
completamente indipendente dalle condizioni del
mercato. Dicono che è demagogia, che il problema non
sono i costi della politica. Può darsi, ma 503
milioni di euro per una sola legislatura non sono
bruscolini. Soprattutto se pensiamo che a questi
soldi vanno sommati i normali costi di funzionamento
della politica. Come, per dire i 600 milioni di euro
di budget del Senato e il miliardo della Camera:
oltre due miliardi, solo tra contributi ai partiti e
funzionamento delle due Camere. Briciole? Tanto per
capire di quanto si sta parlando, quei soldi
basterebbero a coprire due terzi del costo di
costruzione della linea C della metropolitana di
Roma. Ma naturalmente i costi della politica non
sono affatto finiti: ci sono gli enti locali, le
migliaia di società municipalizzate, i consorzi, le
comunità montane. Altri miliardi. Secondo uno studio
dell’Istituo Bruno Leoni, tagliando le sole province
si risparmierebbero altri 2 miliardi di euro.
Guardando nelle pieghe dei bilanci pubblici, saltano
fuori cifre assurde, totalmente ingiustificate, veri
e propri costosissimi privilegi. Basta guardare alle
pensioni e vitalizi per gli ex parlamentari, i quali
hanno votato riforme del sistema pensionistico che
prevedono una proporzionalità tra contributi versati
e pensioni erogate. Per gli altri. Per loro invece
incassano assegni per 219 milioni, avendo versato
contributi per 15 milioni. Alla faccia della
proporzione! E il bello è che la pensione
parlamentare, importo minimo 3.108 euro, scatta dopo
una sola legislatura (idem per i consigli
regionali): c’è chi la incassa a 42 anni (però guai
a non innalzare a 65 anni l’età della pensione per
le donne!). Naturalmente ai parlamentari spetta
anche un ufficio a testa. E, siccome i palazzi
pubblici non bastano, cosa fa la Camera? Ha trovato
alcuni convenienti affitti al centro di Roma, appena
86 milioni di euro l’anno, per un totale di oltre
136.000 euro di affitto spesi per ogni parlamentare.
Non meno sconvolgente il quadro delle spese per
spostarsi: il tasso di utilizzo di “voli blu” è
addirittura esploso. Nel 2009, ha ricostruito sul
Corriere Sergio Rizzo, sono aumentate del 154% le
ore di volo a testa per i membri del governo
rispetto a due anni prima. I membri del governo del
resto non possono essere da meno degli
europarlamentari, come ha illustrato su Panorama
Mario Giordano. Che prima volavano e ricevevano un
indennizzo forfetario: allora volavano low cost e
lucravano sulla differenza. Ora, che i rimborsi
vengono dati in base alla spesa effettiva sostenuta,
scelgono voli di lusso oppure si organizzano in
gruppi e affittano jet privati, spendendo 1.400 euro
a testa. E naturalmente, una volta atterrati, c’è
l’auto blu, il cui reale numero è difficile perfino
da contare. A un recente censimento avviato dal
Formez molte amministrazioni non hanno risposto. Una
certezza però c’è: il record è tutto della Regione
Sicilia, che le concede a 90 tra parlamentari
regionali, assessori e dirigenti. Del resto il
presidente della Regione Raffaele Lombardo ha a
disposizione cinque Audi A6 blindate. L’ente in
questo senso però è estremamente democratico: non si
dimentica nemmeno della stenografa d’aula
dell’Assemblea regionale o del dirigente della
Biblioteca Museo “Pirandello” di Agrigento, tutti
scarrozzati sull’auto pubblica. Con autista,
s’intende. Del resto gli enti locali sono sempre
pronti a condividere una fetta della torta con i
propri addentellati, con i 300mila fortunati
consulenti ingaggiati spesso con motivazioni
“folcloristiche”. Come la consulente legale ai
funerali della giunta regionale Bassolino, che
qualche anno fa fece scalpore. Ma è guardando tra le
spese “minori” che vengono fuori le chicche
migliori, quelle che alimentano la nostra impotente
rabbia: ad esempio i 4.400 euro spesi dal Senato nel
2009 per acquistare 50 lussuosi asciugamani (che su
eBay, stesso modello, si trovavano a 5 euro). E che
dire dei 6.000 euro di caffè spesi in un anno dalla
Regione Lazio per le riunioni di giunta? 14 tazze ad
assessore per ogni seduta. Con tutto quel caffè la
gastrite è assicurata. Per forza poi devono andare
in pensione giovani. LA POLITICA CI COSTA 646€ A
TESTA Sono oltre 1,3 milioni le persone che vivono
direttamente, o indirettamente, di politica. Un
esercito composto da oltre 145 mila tra
Parlamentari, Ministri, Amministratori Locali di cui
1.032 Parlamentari nazionali ed europei, Ministri e
Sottosegretari; 1.366 Presidenti, Assessori e
Consiglieri regionali; 4.258 Presidenti, Assessori e
Consiglieri provinciali; 138.619 Sindaci, Assessori
e Consiglieri comunali. A questi vanno aggiunte 24
mila persone nei Consigli di Amministrazione delle 7
mila società, Enti, Consorzi, Autorità di Ambito
partecipati dalle Pubbliche Amministrazioni; quasi
318 mila persone che hanno un incarico o una
consulenza elargita dalla Pubblica Amministrazione;
la massa del personale di supporto politico addetto
agli uffici di gabinetto dei Ministri,
Sottosegretari, Presidenti di Regione, Provincia,
Sindaci, Assessori Regionali, Provinciali e
Comunali; i Direttori Generali, Amministrativi e
Sanitari delle ASL; la moltitudine dei componenti
dei consigli di amministrazione degli Ater e degli
Enti Pubblici. Ogni anno i costi della politica,
diretti e indiretti, ammontano a circa 18,3 miliardi
di euro, a cui occorre aggiungere i costi derivanti
da un “sovrabbondante” sistema istituzionale
quantificabili in circa 6,4 miliardi di euro,
arrivando così alla cifra di 24,7 miliardi di euro.
Una somma che equivale al 12,6% del gettito Irpef
(comprese le Addizionali locali), pari a 646 euro
medi annui per contribuente.